mercoledì 10 marzo 2010
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Notizie lunedì 14 dicembre 2009
ELDORADO SLOT MACHINE
L'Italia in recessione punta sempre di più sull'azzardo. E per spartirsi la ricca torta si mobilitano i colossi delle scommesse.

È una sporca guerra. Non ci si prende a fucilate come nella Las Vegas di Bugsy Siegel o nei bar di periferia per una slot machine semiclandestina. Ma non bisogna lasciarsi ingannare. Anche se la corsa al megajackpot dei giochi italiani si combatte a colpi di tribunali amministrativi, aumenti di capitale e prestiti obbligazionari, lo scontro è tanto duro quanto il premio è ricco. L'Aams, l'ex monopolio di Stato, prevede di chiudere il 2009 con una raccolta complessiva superiore ai 52 miliardi di euro, qualche miliardo in più di quanto dovrebbe ricavare il gruppo Fiat. Soltanto Eni ed Enel fatturano di più. "La crescita", dicono all'Aams, "sarà fra il 10 e il 12 per cento. Nel 2008 la raccolta era stata di 47,8 miliardi".
 
I 148 milioni del Superenalotto vinti a Bagnone dopo Ferragosto e il boom di Win for Life da ottobre possono essere considerati ordinaria amministrazione. Nel 2010 andrà persino meglio. L'ultimo tabù, il gioco al videoterminale, cadrà. Le macchinette stanno per essere sdoganate definitivamente secondo le direttive dello Stato, che quest'anno ha messo in cassa 8 miliardi di entrate erariali, più 425 milioni di euro dalle videolotterie aggiudicate finora, contro i 7,7 miliardi di euro dragati nel 2008. La forza lavoro è stimata in 85 mila addetti, pari al numero di giocatori compulsivi creati dalla fabbrica dei sogni.

Quale grande settore produttivo cresce con tassi a due cifre di questi tempi? Risposta facile: nessuno. E non si parla dell'Italia, si parla di economia globale. Questo spiega perché l'Eldorado del gioco nazionale attiri investitori da tutto il mondo. Segnatamente, quei gambler per eccellenza che sono i fondi private equity. Le locuste aspettano il boom del vlt (videolottery terminal), delle new slot e del poker on line. Intanto hanno messo a segno un bel colpo mandando all'aria, per interposto Tar del Lazio, la gara sul Gratta e Vinci, il gioco dei giochi con quasi un quinto del mercato e una raccolta 2009 vicina ai 10 miliardi di euro. Ad aggiudicarsi i nove anni di concessione era stata la Lottomatica del gruppo De Agostini. La società presieduta da Lorenzo Pellicioli si è presentata come concessionario uscente e concorrente unico. La busta della gara è stata aperta il 13 novembre. Una settimana dopo, tutto da rifare: il Tar ha accolto il ricorso dei rivali di Sisal, controllata dai fondi Permira, Apax e Clessidra. Per Giulio Tremonti, ministro dell'Economia, è un guaio da 500 milioni di euro. Questo è il valore del chip d'ingresso che avrebbe dovuto versare il vincitore entro il 30 novembre (più una seconda rata da 300 milioni l'anno prossimo). L'assetata contabilità pubblica del 2009 dovrà farne a meno. All'Aams, diretto dall'ex numero uno delle Entrate Raffaele Ferrara, nominato con decreto dello stesso Tremonti, si sono vissuti giorni agitati e, in effetti, il bando preparato dagli uomini di Ferrara è pericolante in più punti. "Cucito addosso a Lottomatica", suggeriscono voci di insider che pretendono l'anonimato, "come del resto era cucito addosso a Sisal il bando per il Superenalotto, con la convenzione fino al 2018 firmata nello scorso luglio".
 
È chiaro che non tutti possono spendere gli 800 milioni chiesti da Tremonti. Non può la Snai, altra quotata dei giochi e regina delle scommesse sportive in trattativa per fare entrare nell'azionariato il fondo Bridgepoint. Non possono i fondi azionisti di Sisal, che nell'ultimo anno e mezzo hanno portato a termine ben sette cambiamenti di assetto societario nella holding lussemburghese Gaming Invest, con una sorta di gambling sul gambling. La stessa Lottomatica, numero uno in Italia con 2,2 miliardi di ricavi previsti nel 2009, ha dovuto attrezzarsi alla gara per il Gratta e Vinci con un aumento di capitale da 350 milioni assistito da Mediobanca e con un bond da 750 milioni che ha avuto richieste di sottoscrizione per 5 miliardi, nemmeno fosse un Btp.

Alla fine, al vertice del ministero il pragmatismo ha prevalso sulla caccia al colpevole e il 4 dicembre l'Aams ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. Le motivazioni della sentenza d'appello saranno rese note entro la fine di gennaio. Con tre scenari possibili. Se il verdetto di secondo grado è di conferma, il bando va riscritto e la gara rifatta magari con altri concorrenti consorziati come la stessa Sisal, gli italo-ellenici di Intralot e le Poste. Se il Tar è sconfessato, Lottomatica torna vincitrice. Ma se il Consiglio di Stato dice che l'errore non è nel bando bensì nell'articolo 21 del decreto anticrisi, il Parlamento dovrà emendare e i tempi si allungheranno.

"Se la gara si rifarà", dice Enea Ruzzettu, amministratore delegato di Intralot Italia, "ogni scenario di alleanze tornerà possibile. In quanto ai fondi, hanno un effetto positivo per la credibilità del settore e negativo perché tolgono spazio agli investitori a lungo termine". Per la logica del private equity, fondata su investimento e cessione con guadagno a breve, sono un handicap sia le lungaggini del contenzioso sia i nove anni di durata della concessione con 800 milioni da versare in anticipo. Per di più, il bando bocciato prevedeva che dopo i primi cinque anni i versamenti all'Erario potessero essere ritoccati a vantaggio dello Stato.

Per una volta, però, le bizzarre abitudini italiane non scoraggiano gli investitori stranieri. Il private equity britannico Cambria ha appena ceduto con ricca plusvalenza la sua partecipazione nella beneventana Microgame all'altro fondo Monitor Clipper. Gli azionisti di Gioco Digitale, una variegata compagnia con nomi della finanza come Francesco Micheli, Stefano Siglienti (Sopaf) e Roberto Mazzei (Medinvest e Twice Sim), hanno da poco venduto all'austriaca Bwin per 115 milioni, pagati con 50 milioni di euro in contanti e 65 milioni in azioni della stessa Bwin. La società quotata a Vienna sponsorizza Milan e Real Madrid e conta fra i suoi ranghi manageriali in Italia Angelo Codignoni, uno dei fondatori di Forza Italia. Codignoni, che ha lavorato a lungo per i francesi di Eurosport (gruppo Tf1), è la sponda ideale per Patrick Le Lay, ex numero uno di Tf1, che ha annunciato di volere passare le Alpi per entrare sul mercato dei giochi.

A dirla tutta, anche al presidente del Consiglio prudono le mani. Silvio Berlusconi vede con chiarezza le opportunità di business offerte da slot machines, gratta e vinci e doppie coppie vestite. Ma, come sottolineano con malignità in ambienti vicini alla holding del Biscione, oggi gli unici due business che tirano sono gioco e porno e Berlusconi, a differenza di Sky e Telecom, non ci si può avvicinare.

Non direttamente, si può aggiungere. L'amministratore del fondo Clessidra Claudio Sposito, azionista di Sisal, è un uomo del presidente quanto Codignoni. Un altro compagno di strada, Ubaldo Livolsi, ha smentito di interessarsi al mondo dei giochi, se non attraverso la sua agenzia di comunicazione che cura, fra gli altri, Intralot. Però è lì. Inoltre, le due principali modalità di controllo delle società di giochi sono il private equity e la Borsa. In entrambi i casi, si può investire senza apparire. In alternativa, ci sono le partnership volanti, come quella sul poker on line fra Microgame ed Endemol Italia (Mediaset). Il service provider campano ha fornito il supporto tecnologico per le trasmissioni dedicate al Texas Hold 'em che Pokermania di Italia Uno ha mandato in onda nel corso di quest'anno. Naturalmente, in fascia ultraprotetta, dopo la mezzanotte. Anche il porno in tv è partito così, ai tempi d'oro delle emittenti private.
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