
AS.TRO E ACMI RISPONDONO A “LA NAZIONE” E AL COMUNE DI EMPOLI, INVOCANDO UN PUBBLICO CONFRONTO
Sulla cronaca di Empoli di domenica 1° marzo, è apparso un corposo articolo in cui si è dato risalto all’iniziativa del Comune di Empoli, volta ad eliminare le slot dai Circoli Arci (peraltro erroneamente assimilate ai videopoker, con i quali non hanno nulla a che spartire, secondo una consueta prassi giornalistica di perseverare in tale confusione poco lodevole).La presa di posizione dell’Amministrazione Empolese è stata descritta come movimento di moralizzazione dei costumi che sarebbero turbati e violati dalla messa a disposizione di slot machine (peraltro legali, si sottolinea) per gli avventori dei Circoli. In particolare, si è dato risalto alla circostanza che nel circondario toscano ci sarebbe un allarme ludopia galoppante in virtù del quale pensioni e stipendi vengono fagocitati dai prodotti di gioco in portafoglio gestione dell’Amministrazione Finanziaria (si citano infatti, oltre alle slot i gratta evinci, le scommesse, il lotto e il superenalotto), rendendo necessario un intervento della Giunta, soprattutto in periodi di crisi come quello attuale. In qualità di rappresentanza di categoria, rispettivamente, degli operatori del gioco lecito e dei costruttori italiani di apparecchi da intrattenimento, AS.TRO e ACMI si insinuano nel dibattito, confidando che la completezza del messaggio informativo costituisca obiettivo editoriale della testata a cui si richiede spazio di replica, e auspicando che anche l’Amministrazione Locale con cui ci si rapporta possa riconoscere un diritto di interlocuzione – sul tema - del mondo delle imprese. Innanzitutto un preliminare chiarimento. AS.TRO e ACMI non entrano nel merito delle politiche sociali che si prefiggono di aumentare il “tasso” e “il livello” di cultura che un determinato territorio si auspica, ma criticano l’equazione demagogica “via le slot dai circoli = meno ludopatia e più cultura”. A ciò si aggiunge che le certezze scientifiche veicolate come tali dall’articolo, in virtù delle quali le slot creano dipendenza dal gioco, non esistono assolutamente. Il gioco non solo non è una droga, né un prodotto in sé nocivo, ma non è neanche un vizio attribuibile a persone culturalmente inferiori. Il gioco costituisce una diffusa abitudine degli Italiani ai quali la società si ostina ad anteporre una valutazione morale o falsamente sanitaria, anziché un ragionato avvertimento “tecnico”: va da se sé, infatti, che se si dice agli Italiani che il fumo provoca danni alla salute, il riscontro è immediato e il messaggio viene compreso dai destinatari come avviso “per il suo bene”; se si vuol dire agli empolesi che le slot provocano dipendenza da gioco (come se fosse un’iniezione di eroina), mancando il riscontro “diffuso”, si veicola solo un messaggio di censura morale per un costume e per una pratica. In tale ultimo caso l’effetto che sortisce questa campagna è esattamente il contrario di quello che si dice di perseguire, al pari di chi pensa di modulare i costumi sessuali brandendo l’arma dei precetti religiosi. Intelligenza e buon senso non vanno derogati solo per conquistare una ribalta giornalistica. Vediamo nel dettaglio qual è lo scopo nobile che si vorrebbe perseguire: educare i cittadini a non dilapidare la pensione o lo stipendio nel gioco e spronarli ad accedere a forme di passatempo più “culturali”. Ma veramente si pensa di raggiungere tale nobile obiettivo paventando il fatto che sarebbe statisticamente provato che chi gioca alle slot finirà rovinato e alla mercé degli strozzini? Non è forse più intelligente coinvolgere la categoria degli operatori del gioco lecito in un pubblico confronto per ottenere una “carta dei diritti” del “consumatore del prodotto gioco”, in modo da rendere la slot un servizio a cui tutti possano concretamente accedere con buon senso, in modo consapevole, sicuro e informato, magari accompagnando il tutto con una parallela campagna di seria responsabilizzazione civica sui valori della nostra Costituzione? Evidentemente no. Meglio togliere le slot legali dai circoli, in modo da non mischiare “libri e scopone scientifico” con “sporche” monetine, dirottando il pubblico in altri luoghi, magari un localino di periferia dove l’offerta di gioco non è regolare e dove i gestori del banco sono biscazzieri professionali. Forse, come sembra di moda oggigiorno, è meglio dirottarli al Casinò dove possono perdere il patrimonio presente e futuro (personale e della famiglia) in una mano di poker, per poi ricevere il pronto sostegno di un esperto in contrasto alla ludopatia (messo a disposizione dell’utenza dalla sala da gioco). Una cosa è certa: se nessuno fa niente per aiutare i cittadini che – prima di giocare – cadono in preda al disagio sociale-relazionale-psicologico-economico, allora diventa un po’ troppo facile attribuire alla slot in cui si può rifugiare una persona sola e disperata un ruolo negativo (al pari del chianti o della vodka in cui può riversarsi colui che non è attratto dal gioco). L’auspicio di chi scrive è che non si voglia fare l’ennesimo “risparmio” di costi sulla pelle della gente, dando alle slot la colpa del povertà, in modo da essere esonerati dal fare il proprio mestiere, ovvero capire come usare le risorse per le politiche sociali in “effettivi” progetti di aiuto ai cittadini. Confidando nell’onestà intellettuale dei destinatari della presente, si resta in attesa di ricevere risposta dalla testata interpellata e dall’Amministrazione del Comune di Empoli. ACMI – Associazione costruttori macchine da intrattenimento AS.TRO – Associazione degli operatori del gioco lecito
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